CITES
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“QUOUSQUE TANDEM ABUTERE, CATILINA…”
patientia nostra?”. Vale a dire: “Fino a quando,
dunque, Catilina, continuerai ad abusare della
nostra pazienza?”Un linguaggio obsoleto ed ai più
incomprensibile per rappresentare nella forma e nei
contenuti il disagio di un rapporto da tempo non
dignitoso ed inadeguato alle necessità.
Chi, nel nostro
Paese, affronta l’allevamento di specie di uccelli
in Cites si rende presto conto che si tratta di un
impegno notevole, di grandissima soddisfazione ma
anche di estrema complessità.
Ci sono vari livelli
di riflessioni stimolate da questa attività.
Sul piano
tecnico.
La riproduzione è probabilmente la fase più
difficile, perché terribilmente oscura nelle sue
componenti. Si tratta di “scoprire” quale habitat
rendere disponibile per l’accoppiamento, quale cibo
mettere a disposizione prima, durante e dopo la cova
e la (auspicabile!) nascita, durante la muta. Ma
innanzi tutto, si tratta di scoprire come recuperare
e mantenere quel delicato equilibrio psicofisico nei
soggetti che - originari di territori e ambienti
totalmente diversi - devono “sentire” lo stimolo
alla riproduzione. Se le condizioni generali e
particolari non sono perfette, questo stimolo non
compare mai o, comunque, non conduce a stabile
riproduzione.
Per alcune specie,
da anni ambientate ed acclimatate alle nostre
latitudini e nei nostri allevamenti, questi problemi
ormai sono stati risolti; per altre- completamente
sconosciute dal punto di vista delle abitudini di
vita- non esistono punti di riferimento per avviare
la riproduzione in cattività, neppure su libri o
testi specialistici (spesso le poche informazioni
provengono da allevatori sportivi…). La ricerca è
totalmente affidata all’allevatore, che deve
procedere per studio prolungato dei soggetti in suo
possesso, associare i comportamenti a specie
analoghe ma più conosciute, confrontarsi con i
colleghi scambiandosi esperienze, procedere
ampiamente per tentativi. L’allevamento delle specie
sconosciute, prima di diventare una scienza è
un’arte, fatta di creatività, inventiva, pazienza.
Ed una volta
ottenuta la deposizione e la prole, ci sono le
incognite dello svezzamento. Superato questo,
occorre rispettare- in alcuni casi rigorosamente- la
“privacy” del nido, sempre a rischio di abbandono(
come fare, allora, ad anellarli, obbligo primario
dell’allevatore sportivo?)
Si tratta di una
sfida veramente unica, che noi teniamo sul piano
sportivo ma con non trascurabili contenuti
scientifici, che non termina con la riproduzione
degli ancestrali: prosegue con il ricercare come
fare emergere e stabilizzare caratteristiche
naturalmente presenti nel patrimonio genetico
dei soggetti ma che richiedono particolari
condizioni per emergere: le mutazioni.
Sottolineiamo un
concetto contenuto in questa riflessione:
l’abilità degli allevatori sportivi di comprendere
le esigenze primarie più intime delle varie specie,
arrivando a riprodurre in cattività quello stato di
benessere complessivo che porta la coppia a
riprodursi ed allevare la prole. Come nel
loro habitat naturale.
Sul
piano emozionale. I “soggetti CITES” sono molto
particolari: appartengono a specie in serio ed
immediato pericolo di estinzione (All. A) o
potenzialmente minacciati (All. B). Le minacce sono
varie: la peggiore e più efficace ed irreversibile è
la distruzione dell’habitat originario. Il commercio
indiscriminato che stimola un prelievo eccessivo in
natura è la seconda grande causa.
Come impattano gli
allevatori sportivi sulle specie CITES?
Da un lato, possono
essere “clienti” di importatori e cadere vittime
loro stessi di quelli senza scrupoli, alimentando
così il commercio irregolare e dannoso.
Dall’altro, hanno un
effetto fortemente positivo nei confronti delle
specie a rischio: la capacità di allevamento in
cattività è stato e può essere per molte specie
l’unica reale opportunità pratica di salvezza.
La “sfida” sul piano tecnico è stata vinta per
moltissime specie, che ora sono presenti in
centinaia di allevamenti sportivi ed alimentano con
migliaia di esemplari ogni anno (quelli non utili a
fini di riproduzione selettiva) il mercato
ufficiale, destinazione le case di appassionati ed
amatori.
Che soddisfazione,
che orgoglio!
Sono veramente
decine le specie oggi più numerose in cattività che
nei luoghi d’origine, grazie alla catena virtuosa (
e trasparente: rispetta le leggi!) rappresentata da
importatori, allevatori, commercianti, amatori.
Dal 2005, come
provvedimento per combattere l’aviaria, le
importazioni dai paesi d’origine delle specie Cites
( e non solo) sono azzerate. Né si prevede che
vengano riaperte. Quindi, il canale trasparente,
quello “bianco” che è rispettoso delle leggi, dal
2005 non ha più alcuna responsabilità nella minaccia
alle specie nei luoghi d’origine. Gli allevatori
sportivi che abilmente riproducono le specie Cites
si trovano in concorrenza sul mercato con il canale
“nero”, quello malavitoso.
In questa
riflessione sottolineiamo due concetti:
-il sistema
allevatori sportivi e relativi commercianti non
prelevano più in natura da 5 anni;
-il medesimo sistema ha dimostrato di essere in
grado di riprodurre le specie a rischio e produce
ogni anno migliaia di esemplari, che nei Paesi
d’origine rischiano di scomparire. Questo possiamo
chiamarlo: contributo al mantenimento delle specie
minacciate.
I soggetti prodotti dagli allevatori sportivi sono
in concorrenza sul mercato con quelli provenienti
dal mercato occulto: questo possiamo chiamarlo il
contributo degli allevatori sportivi (e dei
commercianti onesti) al contrasto all’economia
malavitosa.
Sul
piano normativo. La Convenzione di Washington (3
marzo 1973) ha generato una organizzazione mondiale
(CITES), che ha un unico obiettivo (veramente
planetario) : proteggere il mondo animale e
vegetale, sottoponendo a vincoli, norme e controlli
il commercio (che comporta cattura nei luoghi
d’origine,trasporto e detenzione) delle specie a
rischio di scomparsa. Se l’allevamento sportivo
genera esemplari che rimangono nell’allevamento
d’origine, l’esposizione alle norme Cites è limitato
(mostrare l’origine legale dei riproduttori). Se i
soggetti escono dall’allevamento, anche solo per
andare all’esposizione, i vincoli si infittiscono.
Le norme operano nei confronti delle due categorie ,
definite, come detto, All. A (a rischio immediato) e
All. B (a rischio potenziale). Essendo diversi i
rischi, le due categorie sono normate diversamente.
Non ha senso una normativa unica per
entrambe: non solo non ci sono i presupposti, ma
addirittura avremmo una riduzione degli allevamenti
per All. B e quindi una minore tutela reale di
quelle specie.
I legislatori
internazionali lo sanno. La Commissione europea
preposta dimostra di avere ben chiari il ruolo degli
allevatori sportivi e del sistema commerciale ad
essi collegato e opera di conseguenza.
Il Regolamento (CE)
n. 865/2006 afferma la necessità di creare un
apposito certificato per autorizzare la circolazione
di “uccelli allevati in cattività poiché tale
attività non ostacola la tutela delle specie di
fauna selvatica” (Considerando 10).
Sulla stessa linea, le Raccomandazioni della
Commissione UE (del 13/06/07), che individuano una
serie di azioni per l’esecuzione dei Regolamenti del
Consiglio, trattando diffusamente di come combattere
il commercio illegale delle specie Cites, precisando
poi che occorre “agevolare il commercio legale e
sostenibile, grazie ad una corretta applicazione
delle procedure” (Parte III, punto l della
Raccomandazione). A questo scopo- secondo il
medesimo documento- servono collaborazione e
“sensibilizzazione del pubblico” (Considerando 4) e
“dei soggetti interessati” ( Parte II, punto f) e
addirittura “organizzazione di azioni di formazione
o di sensibilizzazione destinate ai servizi
responsabili dell’esecuzione (CFS, Ministero…) ,
alle Procure e alla Magistratura” (Parte II, punto
d).
Dunque: lotta
all’illegalità, agevolazioni per allevamenti in
cattività e commercio legale delle specie in Cites
sono le Raccomandazioni e gli obiettivi
dell’organizzazione Cites.
Ebbene, qualcuno
vede gli stessi obiettivi nelle azioni del Ministero
Ambiente italiano, che continua a trattare
allevatori sportivi e commercianti organizzati come
pericolosi interlocutori?
Qualcuno riesce a
costruire dalle azioni contraddittorie e fuori da
ogni consultazione con le categorie interessate del
Ministero citato un “piano d’azione nazionale per
coordinare l’esecuzione del Regolamento”
(Raccomandazione Parte II, punto a), oppure riesce a
vedere nelle circolari fantasma, nei Decreti non
accessibili( “si applicano ma non te li faccio
vedere”), nei pareri discordanti fra loro dei vari
uffici Cites decentrati, qualcuno riesce a intuire
lo sforzo di attuare la raccomandazione UE di
sensibilizzare ed informare il pubblico e i soggetti
interessati ( come gli allevatori) e di formare i
funzionari?
E nel provvedimento
che sanziona con 3.098 euro l’omissione voluta come
l’errore di scrittura, qualcuno riesce a vedere una
corretta applicazione dei nn. 5 e 6 delle
Raccomandazioni UE, laddove si dice che “ gli Stati
membri devono adottare provvedimenti adeguati per
garantire che siano irrogate sanzioni per le
infrazioni commesse, adeguate alla natura e
alla gravità delle
stesse”?
Oppure, qualcuno
vede applicate le Raccomandazioni Parte III, punti h
e i, laddove invitano gli Stati a elaborare e
diffondere i dati “di sensibilizzazione destinati al
pubblico ed agli altri interessati” (ad es. :
allevatori sportivi e commercianti organizzati) nel
comportamento del Ministero Ambiente che raccoglie
dagli allevatori sportivi migliaia di dati sulle
specie allevate (la famosa burocrazia che opprime
gli allevatori) e non ha prodotto in tutti questi
anni alcuna analisi resa pubblica?
Ed infine, un ultimo
richiamo alle norme UE. Il Regolamento (CE) n.
865/2006 insiste nel perseguire l’uniformità delle
regole all’interno della Comunità: i Considerando n.
2-3 e 5, in particolare, richiamano la necessità di
“assicurare un’applicazione uniforme delle deroghe
relative” agli esemplari delle specie animali nati
ed allevati in cattività. Qualcuno di noi,
allevatori e commercianti, si è accorto di una pur
pallida omogeneità e somiglianza fra le regole dello
Stato italiano e quelle degli altri Paesi europei?
Le nostre, di tutti
noi, risposte sono purtroppo negative. E’ per questo
che parliamo eufemisticamente di situazione Cites
“complicata”. E’ una situazione non imputabile a
Cites, con le sue normative generali, ma ad un
attore italiano, ben identificato che sta perdendo
occasioni d’oro per adempiere facilmente (e
doverosamente) alle regole ed agli inviti della
Comunità internazionale e- soprattutto- all’obbligo
di difendere in modo efficace la sopravvivenza delle
specie minacciate.
Gli allevatori
sportivi italiani hanno la capacità di dare un
efficace contributo in questo campo, sul piano
tecnico dell’allevamento, sul piano della
condivisione emozionale degli obiettivi di
salvaguardia, sul piano delle norme, procedure e
modalità. Lo hanno già dimostrato con altri
Ministeri, ma con il Ministero Ambiente pare di
essere in un altro mondo!
Continueremo a
richiedere il rispetto degli obiettivi e delle
normative internazionali, che condividiamo, così
come a combattere, senza alcun cedimento, l’eccesso
di burocrazia e lo stato confusionale. Continueremo
ad offrire la nostra collaborazione ed a pretendere
(L. 241/2002) le dovute risposte da parte dello
Stato.
Siamo ben lontani
dal chiudere, dall’arrenderci, ma ricordiamo ancora
una volta, soprattutto alle Istituzioni, che:
“Ogni volta che chiude un allevamento o un negozio
“bianco”, ne apre uno “nero”.
In questo caso
perdiamo tutti : gli incolpevoli volatili come i
bipedi insensati.
Banfi Enrico
Gualerzi Ivan
19 giugno 2009
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